Rugby Roma, che festa per i 90+1: “Per la gloria del nome”

Rugby Roma, che festa per i 90+1: “Per la gloria del nome”

Ci sono gli eredi delle famiglie Vinci e Bigi, i fondatori. Ci sono i giocatori che ne hanno scritto pagine di storia, con tanti pezzi dell’ultimo scudetto del 2000. Ad accoglierli i nuovi padroni di casa, quelli che l’hanno costruita, dal campo alla segreteria, dalla bellissima club house alla piscina. A un anno di distanza dopo il rinvio causa lockdown, la Rugby Roma ha finalmente potuto festeggiare i suoi 90 (+1) anni. Nella sua nuova casa di Tor Pagnotta, quartiere Eur, sempre a Roma Sud, non lontani dal vecchio domicilio delle Tre Fontane. Per festeggiare, il presidente Alberto Emett e tutto il club hanno deciso che non ci fosse modo migliore che ripartire dalle tradizioni, dalla storia, dalla “gloria del nome” e quindi dalla famiglia. E in particolare dalle famiglie che questa storia iniziarono a scriverla nel 1930 nella casa di via di Villa Torlonia 10: i Vinci e i Bigi, presenti con gli eredi.

PASSATO E PRESENTE

—   Paolo è il figlio di Eugenio, il maggiore dei 4 fratelli Vinci. “Smise di giocare per un incidente al menisco e poi nacqui io nel

  1. Forse non fu una coincidenza… Da giovanotto andavo a tutte le partite, da bambino avevo giocato ma smisi per un brutto incidente, non di rugby. Mio fratello Francesco invece ha giocato, ma poi siamo andati a vivere all’estero. La Rugby Roma però è sempre rimasta nel sangue e il rugby è sempre stato un fatto di famiglia, così quando sono tornato a Roma sono tornato a vivere nell’ambiente nel quale ero cresciuto. E delle tradizioni c’è sempre bisogno, come dei ricordi, quindi che qualcuno raccolga il testimone di un club così glorioso non può che farmi felice”. E dai fondatori al presidente di oggi il passo obbligato. “Il sogno di un club di rugby
    • dice Emett - è avere la sua casa, non solo legata allo sport, ma alla vita, alla famiglia, che poi sono le basi per creare una squadra. Il sogno di tutti i presidenti: io ci giocavo 40 anni fa e se ne è sempre parlato. Giocare al Tre Fontane era bello, ma non poteva essere una casa. Io sono presidente dal 2015 e, insieme al gruppo dal quale siamo partiti con Andrea Rossi, Massimo Vitale ed Emanuele Baronti, incrociando la strada con Silvio Tarroni e Fabrizio Pollak, che si erano sobbarcati tutto il peso della gestione sin dall’inizio, dopo un paio di anni abbiamo trovato questo spazio, che era abbandonato. Dove finalmente potevamo iniziare a portare i bambini. Farlo diventare quello che è oggi, c’è costato una montagna di lavoro lunga 5 anni. Questa è la base su cui puntare per tornare a contare nel mondo del rugby. La nostra prima squadra è da 3 anni in Serie B, speriamo di andare oltre, ma l’obiettivo è avere delle Under 17 e 19 competitive a livello nazionale per poi portare su i ragazzi che saranno il nostro futuro”.

NEL NOME DI RENATO

—   Come si è sviluppato il progetto lo spiega il direttore sportivo Pollak: “L’arrivo di Daniele Montella come direttore tecnico e allenatore della prima squadra, insieme a Simone D’Annunzio, è stato fondamentale. Montella ha lasciato il top per ricominciare dalle sue origini, ha scelto di dare qualcosa ai colori con i quali è cresciuto. Prima di lui, quando con Tarroni ancora eravamo al Tre Fontane e la speranza di tenere acceso il lumicino del futuro era molto tenue, a darci una mano era stato Fabio Roselli, bandiera della Rugby Roma. Poi è arrivata la fusione con gli Old e passando sotto la guida di Stefano Fortunato siamo arrivati a oggi. Ma la cosa che più ci fa felici è l’arrivo dei bambini: ne abbiamo quasi 300. Cerchiamo di costruirci in casa il nostro futuro. Il mio orgoglio è avere creato tutto questo dal niente, senza neppur avere mai giocato… Gli altri mi sfottono per questa mia carenza, ma io gli ricordo che Julio Velasco non aveva mai giocato a pallavolo, che Arrigo Sacchi non era un gran calciatore. ‘Me sto a’ allarga’?’, scusate…”. Tra i tanti reduci dello scudetto del 2000, il capitano Carlo Caione, la bandiera Giampiero Mazzi, che è comunque anche dentro la nuova Rugby Roma, Sacha Virgilio, Alfredo De Angelis, Alessio Murrazzani, il sempre controcorrente ma insolitamente chiacchierone Alessio Bencetti (che in carriera avrà rilasciato al massimo un paio di interviste), l’ex tallonatore e poi anche allenatore Carlo Pratichetti con il fratello Oreste e il nipote Matteo. Tutti “figli” di quel grande presidente al quale oggi è intitolato il campo, Renato Speziali. A rappresentarlo il figlio Iko e la moglie Roberta, molto felice di condividere qualche ricordo: “Lui cercò una casa ovunque, questo è quella che voleva. Era il suo sogno, starebbe qua dalla mattina alla sera. Un ricordo? Prendeva a cuore tutti i ragazzi, li seguiva, andava anche a scuola parlare con i professori. Lo scudetto? Ricordo il giorno prima, solo telefonate, gente che arrivava, che andava. La mattina era ancora al telefono, poi l’ho rivisto che girava sul campo…”.

CAPITANI

—   Alla festa c’era anche Ivo Mazzucchelli, fino all’altra sera era ultimo capitano romano della Nazionale (20 caps fra il 1965 e il 1976): lo fu una sola volta in Romania. Per coincidenza, infatti, proprio ieri dal raduno azzurro di Verona è arrivata la notizia dell’investitura di Michele Lamaro, cresciuto a Roma tra Primavera e Lazio proprio sotto gli occhi di Mazzucchelli: “Ha tutte le caratteristiche per diventare un buon capitano della Nazionale. Sul campo è un esempio per tutti, gioca in un ruolo particolarmente votato, è un ragazzo solare sul quale nessuno può dire niente. Non sono stato con lui negli spogliatoi, ma osservando da fuori ai tempi della Lazio mi risultava evidente che fosse molto seguito. La cosa che potrà ulteriormente acquisire sul campo è l’esperienza. E’ giovane e a livello internazionale serve maggiore maturità, in alcuni momenti della partita devi essere egemone, mostrare autorità. Sono aspetti che si stratificano partita dopo partita, vittoria dopo vittoria, sconfitta dopo sconfitta. Ma lui ha doti ed entusiasmo. Lo ricordo sempre sorridente: fateci caso, anche nello sforzo o in un momento duro sorride sempre. La cosa fondamentale per lui, come per tutti i capitani, sarà riconosciuto come tale anche fuori del campo. Il vero capitano lo è sempre”. E allora perché Mazzucchelli lo fu una volta sola? “L’allenatore Roy Bish mi propose di continuare a farlo dopo la Romania, ma dissi di no. Proprio perché sapevo che non avrei potuto farlo al 100 percento. A quei tempi ero preso anche da amore, politica e lavoro. Sapevo di non poter dare la mia disponibilità totale. Non mi vergogno a dirlo. Molti che mi incontrano, però, ancora mi chiamano capitano…”. A volte è il monaco a fare l’abito…

Fonte: https://www.gazzetta.it/Rugby/26-10-2021/rugby-roma-che-festa-901-per-gloria-nome-4202070369326.shtml

Vincenzo
Vincenzo Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Odontoiatra. Specialista ambulatoriale presso l’ASL Napoli 1 Centro. Coach professionista. Terapeuta EMDR.
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