Hayman, leggenda All Blacks: “Troppi traumi, ho sintomi di demenza“

Hayman, leggenda All Blacks: “Troppi traumi, ho sintomi di demenza“

La notizia è esplosa come una bomba che ha scosso il mondo del rugby. A Carl Hayman, leggendario pilone degli All Blacks, 45 caps tra il 2001 e il 2007, è stata diagnosticata una forma di demenza precoce e una probabile encefalopatia traumatica cronica, ovvero la CTE. Una malattia tristemente nota soprattutto negli Stati Uniti, oggetto di una aspra guerra legale fra medicina e football, al quale è stata riconosciuta la responsabilità dei traumi riportati in carriera e che avevano portato alla morte di diversi giocatori, primo fra tutti Mike Webster dei Pittsburgh Steelers.

CARRIERA

—   Nel rugby non è nota una casistica sull’incidenza dei traumi di gioco rispetto al sopraggiungere dell’Alzheimer e non si conoscevano, prima di Hayman, casi fra gli All Blacks, la squadra più importante e famosa al mondo. Hayman, che oggi ha 41 anni e vive a New Plymouth con la seconda moglie Kiko e la più piccola di 4 figli, si è però unito a un gruppo di 150 giocatori guidati dall’ex tallonatore della nazionale inglese e campione del mondo nel 2003 Steve Thompson, che ha citato in giudizio la RFU inglese e la federazione mondiale World Rugby con l’accusa di non avere adeguatamente protetto i giocatori dai rischi di commozioni cerebrali (le famose “concussion”), a dispetto di informazioni scientifiche che ponevano in evidenza il problema. “Per non so quanto tempo ho pensato di essere diventato pazzo, non avevo altre spiegazioni”, rivela Hayman al giornalista indipendente Dylan Cleaver e a The Bounce. “Poi con i continui e sempre più dolorosi mal di testa e altri sintomi ho capito che la spiegazione non poteva essere quella”. Quando nel 2007 lasciò la Nuova Zelanda (dopo la scioccante eliminazione con la Francia ai quarti di finale dei Mondiali) e il suo club di sempre, gli Otago Highlanders, per approdare al Tolone, Hayman divenne il giocatore di rugby più pagato al mondo. Oggi, a sei anni dalla fine della carriera, ha rivelato della spirale nella quale si è ritrovato, tra il disorientamento, i mal di testa, l’abuso di alcol, la prigione per violenza domestica e i propositi di suicidio. “Per circa un anno ho evitato di approfondire, speravo semplicemente che le cose migliorassero. Poi, prima di andare in Inghilterra per parlarne, finalmente mi sono rivolto ai medici, ma le cose sembravano andare per le lunghe e io sono arrivato a un punto in cui voglio risposte. Ho anche pensato che sarebbe stato egoista da parte mia non rendere pubblico il problema e perdere l’occasione di aiutare magari qualcun altro che non ha supporto o conoscenze”. Così, anche per un più semplice accesso ai test, Hayman si è unito alla causa intentata dagli altri giocatori. “L’altra faccia di questo problema è che si può impedire che altri cadano in questa trappola, affinché non si venga più trattati come oggetti: chi aspira a una carriera da professionista deve avere accesso a controlli più accurati. Anche perché ho conosciuto casi di persone colpite da qualche forma di questa malattia che hanno giocato semplicemente a livello scolastico o universitario”.

CENTOCINQUANTAMILA

—   In 17 anni di carriera professionistica Hayman ha giocato 441 partite. “Senza contare gli allenamenti”, dice l’ex pilone. “Da quando avevo 15 anni ed ero nelle nazionali giovanili tra allenamenti e partite il numero di botte alla testa è incalcolabile. Ma la CTE non è limitata alle concussion, ma ne contribuiscono allo sviluppo tutti i colpi subiti”. Si stima che per il numero di partite giocate, Hayman possa avere subito circa 150.000 colpi, riferiti a concussion o subconcussion. L’avvocato Richard Boardman dello studio Ryalds Law, che rappresenta i giocatori, parla di “bomba a orologeria” rispetto a giocatori che intorno ai loro 20 anni denunciano sintomi che poi possono condurre a epilessia, Parkinson’s, demenza, malattie neurologiche all’incirca quando ne avranno 40. Hayman punta il dito sull’esasperazione dei calendari rugbistici: “Se pensiamo alla NFL, vedo una stagione che dura per 4-5 mesi con 17 partite da giocare più altre 4 circa se contiamo i playoff. Nel rugby giochiamo 10 mesi l’anno. Ricordo che quando divenni professionista andai a un incontro dell’associazione giocatori in cui si parlava della possibilità di un calendario globale unificato e una stagione breve. Se vai a un incontro oggi li senti parlare ancora di quelle cose. Ci sarebbero diverse misure da prendere se si volesse proteggere i giocatori di domani. È necessaria una discussione su come si possa arrivare a definire accettabile un certo volume di partite di rugby”.

REAZIONI

—   Mark Robinson, attuale amministratore delegato della federazione neozelandese ed ex compagno di squadra di Hayman, ha ovviamente appreso con dolore la notizia: “I miei pensieri sono innanzi tutto per Carl e per tutta la sua famiglia. È dura venire a sapere che un membro della nostra comunità debba combattere una battaglia così dolorosa. Al tempo stesso bisogna continuare a ribadire che la salute e la sicurezza dei giocatori è l’assoluta priorità della nostra organizzazione. In particolare, la nostra attenzione si esplica nel contributo che offriamo allo sviluppo delle politiche e alle ricerche sul complesso problema della concussion”. Hayman ha raccontato che qualche problema si era iniziato a manifestare quando giocava nel Tolone, con una serie di ripetuti deja-vu in campo, che lui trovava bizzarri e al tempo stesso inquietanti. Non sapeva in quel momento che se portati all’attenzione di un neurologo, quegli episodi sarebbero stati definiti come allarmanti, perché possibile sintomo di demenza. Ma è quando ha smesso e ha iniziato a fare l’allenatore al Pau nel 2016 che la spirale lo ha risucchiato. “I mal di testa - racconta Hayman - diventavano sempre più frequenti e dolorosi. E ho iniziato ad avere problemi di memoria. Dovevo fare il passaporto per mio figlio e per qualche momento non riuscii a ricordare il suo nome. Per circa 25 secondi ho esplorato la mia mente, ma niente. Alla persona al telefono ho dovuto dire ‘scusi, mi dispiace, ma non mi ricordo il nome di mio figlio’. A un certo punto sono sopraggiunti anche problemi comportamentali. Non ho mai disdegnato una birra con gli amici, ma poi è arrivato l’abuso. Mi sembrava di poter scappare almeno per un breve momento dalla realtà. Ma, come potete immaginare, non poteva essere quella la soluzione. Anzi, il giorno dopo era tutto peggiorato. Sono caduto nella dipendenza”.

SUICIDIO

—   E, sebbene non gli sia stata mai diagnosticata, a un certo punto Hayman ha pensato di avere a che fare con la depressione. E sono arrivati anche i pensieri di suicidio: “Per un certo periodo, almeno una volta al giorno ci pensavo. Il mio matrimonio con Natalie è ovviamente andato in pezzi e siamo finiti anche in tribunale. Oggi posso dire che non ho scuse, ma quell’uomo non ero io. Non sono una persona che si arrabbia, ma ero in un buco nero e pensavo che ci sarei rimasto per sempre”. Tutti quei sintomi messi assieme lo hanno però portato finalmente a dare un nome al suo male: CTE. “Di recente mi è capitato di avere giramenti di testa, ma anche di restare muto, senza riuscire a trovare le parole da dire”. Lo stesso giornalista Dylan Clever nel corso della conversazione telefonica nota “le frequenti pause mentre assembla le sue frasi” o quando Hayman “inizia a rispondere a una domanda ma nel mezzo passa a rispondere a una domanda precedente a cui ha già risposto”. L’ex pilone lo spiega così: “È come se avessi la nebbia in testa. La stanchezza e lo stress non fanno altro che esacerbare i sintomi, quindi è importante per me avere cura del mio tempo, esercitarmi e tenermi in forma. Mia moglie Kiko, la famiglia e gli amici che mi conoscono bene hanno un ruolo importante nel tenere il mio cervello ancora in pista”. Per tutti loro la speranza si chiama medicina: i progressi della scienza e alcune moderne terapie possono rallentare l’inesorabile avanzamento della demenza. Ora Hyman non beve più, si allena per partecipare agli eventi Ironman (ne ha già fatti due) e gestisce la sua piccola impresa di affitto di imbarcazioni a New Plymouth. Per molto tempo, Hayman era indeciso sull’opportunità di imbarcarsi in una complicata e di così alto profilo battaglia legale, ma a spingerlo ora è il desiderio di lasciare ai giovani un rugby migliore. Il modo in cui lo sport è strutturato e amministrato, secondo lui deve cambiare, e se l’azione legale fornirà un po’ di impulso, allora Hayman si ritroverebbe a fare in conti con la delusione per essere rimasto ai margini di questa lotta. Cosa che un vero pilone non potrà mai accettare.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Rugby/03-11-2021/all-blacks-shock-leggenda-hayman-troppi-traumi-ho-sintomi-demenza-4202206680237.shtml

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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