De Carli: “Segnai alla Scozia e 4 giorni dopo ero a Kiev per adottare Alessio“

De Carli: “Segnai alla Scozia e 4 giorni dopo ero a Kiev per adottare Alessio“

Arriva Italia-Scozia e inevitabilmente viene da pensare a lui, a quel giorno, a quella meta. Il 5 aprile 2000 allo Stadio Flaminio di Roma, al 79’ di Italia-Scozia, Giampiero De Carli segnò la prima meta azzurra al Sei Nazioni. Una partenza a raso dall’ennesima ruck, un tuffo oltre la linea con Kenny Logan aggrappato mentre cercava disperatamente di togliergli le dita dal pallone, di forzare un in avanti, e lui a tuffarsi a terra come un tronco. Fu la meta del 34-13

  • la partita finirà 34-20 per la segnatura di Leslie allo scadere -, il suggello a una vittoria storica, ai 29 punti di Dominguez, a una difesa strepitosa. La foto di Daniele Resini che trovate qui sarebbe diventata un’icona nel piccolo mondo del rugby italiano, il simbolo di quella che, purtroppo, resterà solo una giornata di gloria.

DALLA META A KIEV

—   Arriva Italia-Scozia e questa volta Giampiero De Carli non sarà coinvolto. Fino allo scorso Sei Nazioni aveva la responsabilità degli avanti azzurri, poi dopo l’elezione di Marzio Innocenti alla presidenza della Fir è stato sostituito da Andrea Moretti nel nuovo staff. Da allora non aveva più parlato. Fino a mercoledì, quando il Times scozzese gli ha dedicato un articolo raccontando un dettaglio che conoscevano in pochi. “Sì, è vero, pochi giorni dopo quella partita, il mercoledì o il giovedì, partii per l’Ucraina - racconta ora alla Gazzetta -. Io e la mia ex moglie avevamo iniziato la procedura per l’adozione e poco prima di Italia-Scozia ci diedero il via libera. La struttura verso cui ci indirizzarono era l’orfanotrofio di Zaporizhzhia”. Bastano questo per capire cosa stia provando De Carli in questi giorni di guerra. “Alessio aveva sette mesi - prosegue il tecnico romano -. Si può immaginare cosa fosse l’Ucraina 22 anni fa, e cosa fosse un orfanotrofio lì. Ci chiesero quanti bambini volessimo vedere, noi non eravamo preparati a una cosa del genere, non volevamo scegliere tra il biondo e il moro. Ce ne portarono due, chiedemmo di poterci occupare del più piccolo”. L’adozione è un’esperienza difficile e esaltante, che De Carli consiglia ancora a tutti. “Eravamo arrivati a Kiev, nessuno parlava una parola di italiano, francese o inglese. Allora adottare non era così semplice. Passammo lì 30-40 giorni, non facemmo in tempo a capire i luoghi e le persone che avevamo attorno, eravamo lì per fare ciò che dovevamo senza andare oltre. Ricordo che per fare una fotocopia perdemmo una giornata. Però trovammo persone disponibili, che vivevano una situazione complicata. Comprai un accendino a una bancarella, pagai con un dollaro. Il ragazzo non sapeva come darmi il resto, era in imbarazzo, alla fine mi porse una manciata di accendini. Dissi che non era il caso, che poteva tenere il resto. Cercavamo di accontentare economicamente, anche con piccole cose, chi ci dava una mano. Ricordo un popolo che si dava da fare. Quell’esperienza mi insegnò che le cose vanno viste in prospettiva, all’interno di un contesto. Bisogna sempre considerare le situazioni a 360°. Alessio è a tutti gli effetti italiano. Non siamo mai andati nei luoghi in cui è nato, non ha chiesto di visitarli in passato. Sta a Roma con la mia ex moglie, ha la sua vita. Apprende le notizie con la preoccupazione di tutti noi, con lui sabato a Roma ho parlato del fatto che fosse stata colpita la centrale nucleare della città in cui si trovava il suo orfanotrofio”.

IL RUGBY IN STAND-BY

—   Giampiero De Carli ha un contratto con la Fir fino al giugno 2024. Dopo il sollevamento dall’incarico nello staff azzurro, lui e la federazione non hanno trovato un accordo su un eventuale nuovo ruolo - si era parlato di Italia under 20 e di femminile - né su una buonuscita, quindi resta a libro paga della Fir e nel frattempo studia. “Finora non avevo mai rilasciato dichiarazioni perché credo che occorra far passare il tempo, curarsi un po’, vedere appunto le cose in prospettiva. Innocenti mi convocò nel suo ufficio, parlammo serenamente. Aveva una sua visione che va rispettata, del resto chi arriva può e deve scegliere. Mi chiese di fare altre cose, ma io invece ritengo che quella storia sia finita, che non sia giusto fare qualcosa che non senti tuo. Ho chiesto un accordo, non è stato preso in considerazione. Sono fermo da 7-8 mesi, avrei voluto fare altre esperienze ma sono sicuro che il buon senso farà sì che la cosa si risolverà. Stare fermi è dura, il mio lavoro è anche il mio hobby. Studio anche troppo, se non hai l’occasione di mettere in pratica sul campo quello che sai finisci per chiederti “quando arriva l’interrogazione?”. Sono partito dall’Accademia di Mogliano under 18, non avevamo nemmeno il campo, con Brunello dovevamo sperare che a Zerman il campo da calcio fosse libero. Ho il rugby nel sangue”.

LUI E MORETTI

—   La sostituzione di De Carli con Moretti ha fatto sì che l’Italia adottasse un nuovo metodo di lavoro per la mischia. Quanto tempo serve a una squadra per acquisire un sistema? “Non c’è una risposta - prosegue De Carli -. Dipende innanzitutto dal fatto di lavorare con un club o con una nazionale. Occorre che sia chiara l’ideologia del tecnico, la sua concezione del gioco che deve essere chiara, precisa, credibile e deve dare fiducia a chi va in campo. Nel club hai più tempo, ma devi dare un’occhiata anche alla preparazione atletica. In Nazionale hai gli atleti migliori, fisicamente pronti. Lì devi ottimizzare, serve grande collaborazione con il resto dello staff. Mike Catt ad esempio chiedeva palloni velocissimi in uscita dalla mischia, altri non lo fanno. Devi quindi coordinarti con l’allenatore della difesa e con quello dell’attacco, capire se e in quale momento una touche va contestata o no, in quale modo, quale settore del campo puoi permetterti di lasciare scoperto. L’importante comunque è partire da un sistema al quale ti puoi aggrappare nei momenti di difficoltà”. Crede che nell’Italia di oggi sia rimasto qualcosa del suo sistema? “Difficile valutarlo da fuori. Quando allenavo la nazionale ero spesso alle Zebre, dove condividevo molte cose con Moretti. E’ evidente però che Andrea ha iniziato da zero perché ha il suo sistema, le sue convinzioni che fanno riferimento alle idee di Crowley e di Goosen”.

“SENZA TALENTO SI PUÒ FARE MOLTO”

—   De Carli ha smesso di giocare in azzurro nel 2003 e a Calvisano nel

  1. Subito dopo ha iniziato la carriera di allenatore. Una scelta che forse oggi molti giocatori italiani di alto livello fanno più fatica a fare. “Uscire dal rugby è difficile. Detto questo, dipende dalle opportunità e credo che oggi i tempi siano cambiati. Quando ho smesso ero un dipendente della Siae. Prendevo l’aspettativa, giocavo, poi lavoravo 2-3 mesi d’estate e ritornavo al rugby. A un certo punto mi dissero “basta”, così scelsi di allenare rischiando il posto fisso. Di base ci sono persone che già da atleti più “responsabili”: penso a Bortolami, a Parisse, anche io ero così. Mi appassionavo, volevo imparare. Credo che di base oggi i giocatori siano più preparati, i tecnici fanno capire loro meglio cosa devono fare in campo. Ai miei tempi quando smettevi pensavi di sapere tutto e invece non era così, avevi bisogno di qualcuno che ti insegnasse. Io ho avuto la fortuna di incontrare Marc Delpoux (il francese allora era tecnico di Calvisano, ndr), lui mi aprì un mondo che non conoscevo. Ancora oggi siamo grandissimi amici. Con lui è come se avessi ricominciato da zero. Inizia a studiare, a interessarmi di difesa, di attacco, di punti di incontro oltre che di touche e di mischie. Ricordo il tour a Figi e Samoa, con Brunel (era il 2014, ndr). Io avevo appena finito a Perpignan, lasciai la Francia e mi unii alla squadra. Quando tornammo, con Jacques evidenziammo il tema dei punti d’incontro. “Non possiamo andare avanti così”, dicemmo. Così per un anno e mezzo feci allenamento a Treviso e alle Zebre, ogni settimana, con i nazionali, per lavorare su questo. Lì non erano contenti quando mi vedevano, ma alla fine l’Italia per velocità di uscita del pallone e capacità di rallentare quella degli altri era seconda al mondo solo agli All Blacks, e questo nessuno l’ha mai detto. La realtà è che se vuoi fare un salto devi studiare, capire. Certo, gli avversari dell’Italia sono sempre più forti, ma sono convinto che anche se non c’è molto talento si possono fare tante cose. Se proviamo a lavorare al massimo delle possibilità si riesce ad ottimizzare. Non c’è bisogno tanto di qualità, ma soprattutto di attenzione e di lavoro”.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Rugby/11-03-2022/rugby-de-carli-segnai-scozia-quattro-giorni-ero-kiev-adottare-alessio-4301791611765.shtml

Vincenzo
Vincenzo Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Odontoiatra. Specialista ambulatoriale presso l’ASL Napoli 1 Centro. Coach professionista. Terapeuta EMDR.
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