Berbizier: “Crowley fa giocare gli azzurri come se fossero gli All Blacks...“

Berbizier: “Crowley fa giocare gli azzurri come se fossero gli All Blacks...“

Il campo e la scrivania non li vede da un po’, precisamente da quando nel 2018 lasciò il posto di general manager del Bayonne. La sua voce e la sua opinione, però, sono tra le più ricercate. A 63 anni Pierre Berbizier resta un riferimento per il rugby, in Francia e non, sia per ciò che ha fatto da giocatore e da allenatore, sia per la lucidità e la franchezza del suo modo di vedere. Mediano di mischia formato a Lannemezan e protagonista ai massimi livelli tra Lourdes e Agen - un titolo nazionale nel 1988 - vanta 56 caps per la Francia da numero 9. E’ stato c.t. dei Bleus dal 1991 fino alla famigerata Coppa del Mondo del 1995, con la Francia sconfitta dal Sudafrica in una semifinale giocata in un contesto mai del tutto chiarito e digerito, se è vero che nel 2011, all’uscita del film “Invictus”, lui stesso bollò come “ridicola” la celebrazione di una vicenda - quella degli Springboks campioni - che lui vedeva come “la più grande truffa nella storia dello sport”, in una Coppa del Mondo in cui “la dimensione politica aveva prevalso su quella sportiva”. Pierre Berbizier, però, è stato anche c.t. di una delle migliori Nazionali azzurre viste al Sei Nazioni. In carica tra il 2005 e il 2007, fu molto di più di un punto di congiunzione tra il Kirwan che lanciò i vari Parisse, Bortolami e Castrogiovanni e il Mallett che visse il periodo di massima popolarità del rugby nel nostro Paese. Sotto la sua guida, nel Sei Nazioni 2007 l’Italia ottenne due vittorie - quella storica delle tre mete su tre intercetti in Scozia e quella in casa contro il Galles -, un’impresa che sarebbe riuscita solo a Brunel nel 2013. L’Italia di Berbizier fu quella che, pur tra le tensioni, arrivò a sfiorare i quarti al Mondiale 2007, fino al famigerato 18-16 subito dalla Scozia a St. Etienne e a quel calcio sbagliato da David Bortolussi che, forse, avrebbe potuto cambiare la storia del rugby italiano.

BEN RITROVATO MESSIEUR BERBIZIER. COSA FA OGGI?

“Non molto nell’ambiente del rugby. Sono in contatto con Canal+ come consulente, France 3 qualche giorno fa mi ha dedicato un servizio, i contatti con i media non mi mancano, sono sollecitato, guardo le partite”.

E IL CAMPO?

“Da qualche anno sono fuori. Ho rifiutato il sistema degli agenti e quindi per me è difficile entrarci. Credo che siano il solo elemento che non partecipa economicamente al sistema, prendono tanto e non danno niente. In Francia il 15% dei rugbisti è disoccupato, è il doppio rispetto ai dati generali dell’occupazione. Cosa si fa per loro? E’ una cosa che mi spaventa. Io non ero un professionista, ma il rugby mi ha permesso di alzare il mio livello sociale e soprattutto si partiva dall’idea che nessuno doveva rimanere indietro. Il professionismo ha portato soldi facili per molti, ma ora abbiamo il 15% di disoccupati. Un ambiente del genere non corrisponde più alla mia formazione. Questa è una mia battaglia personale, può darsi che se avessi quarant’anni la penserei in maniera diversa, forse scenderei a compromessi, ma oggi non voglio avere a che fare con questo sistema”.

TORNIAMO AL CAMPO. L’ITALIA VIENE DA 35 SCONFITTE DI FILA NEL SEI NAZIONI, LA SUA NAZIONALE NEL 2007 VINSE DUE PARTITE E FECE SCOPRIRE QUESTO SPORT AL GRANDE PUBBLICO. MA IL RUGBY 2007 NON PUÒ ESSERE PARAGONATO A QUELLO DI OGGI, VERO?

“E invece credo di sì. La differenza è che allora con me in Nazionale c’erano parecchi atleti che giocavano nei club di Francia e Inghilterra, e forse questa è la soluzione che l’Italia dovrebbe adottare anche oggi. I vari Lo Cicero, Festuccia, Dellapé, Parisse, Masi, Mauro e Mirco Bergamasco di fatto vivevano l’alto livello all’estero. Oggi in Italia avete due squadre che giocano la ex lega celtica, Treviso e Zebre. Se non bastano a fornire l’esperienza di alto livello ai vostri giovani, il rugby italiano inevitabilmente non può essere competitivo”.

SI RIFERISCE AI GIOVANI UNDER 20?

“Sì. Io credo che oggi in Italia ci sia un buon sistema di formazione dei talenti. L’under 20 ha battuto l’Inghilterra, la squadra è buona. L’accesso al livello superiore però è difficile. Il campionato è debole, Treviso e Zebre hanno tanti stranieri e non bastano a dare l’opportunità a questi ragazzi di continuare a migliorare, a lavorare sui punti di riferimento”.

COME FACEVA A GESTIRE UNA NAZIONALE CON COSÌ TANTI ATLETI ALL’ESTERO?

“Il contatto con i giocatori era costante, con molti di loro ci sentiamo ancora. Avevo fatto un’analisi sulle caratteristiche dei giocatori e del gruppo, sui punti di forza e sui punti deboli e in base a questo avevo sviluppato un metodo. Era un approccio condiviso, che difendevo a ogni costo. Se invece arrivi con un tuo modello e vuoi imporlo a prescindere dai giocatori che hai, allora le cose diventano difficili. Credo che questo oggi sia il caso dell’Italia”.

COSA INTENDE?

“Che non si allena l’Italia come la Francia. Devi conoscere i punti forti e i punti deboli per costruire un gioco che ti puoi permettere, con degli obiettivi da realizzare. Occorre adattarsi alle qualità dei propri giocatori. Non si può prendere il metodo degli All Blacks e con quello allenare l’Italia”.

CREDE CHE KIERAN CROWLEY LO STIA FACENDO?

“Non sono nella sua testa, ma vedendo Italia-Nuova Zelanda a novembre ho avuto l’impressione che volesse giocare come loro. Secondo me non puoi farlo. Lunghe sequenze di gioco, anche sette o otto fasi, troppe energie sprecate per azioni di scarsa efficacia che spesso finivano con offrire il fianco ai contrattacchi degli avversari. E poi in quella partita l’Italia poteva essere davanti a metà tempo: c’erano dei calci di punizione piazzabili a favore, si è deciso di andare in touche. L’impressione è che l’Italia voglia fare un gioco al di sopra dei propri limiti, dei mezzi che ha al momento. Magari un giorno potrà farlo, ma ora si espone troppo e ogni volta paga un prezzo molto caro. È sempre lo stesso scenario che si ripete”.

QUALI SOLUZIONI ALLORA?

“Credo si debbano concentrare le energie. L’Italia è molto presente nel combattimento, nella conquista. Sul piano del coinvolgimento a questi ragazzi non si può rimproverare nulla. Ma devono giocare secondo i propri mezzi, alle qualità di questo momento”.

L’EVENTUALE USCITA DELL’ITALIA DAL SEI NAZIONI È UN TEMA, IN FRANCIA?

“Secondo me si vuole che l’Italia resti, ma bisogna aiutarla. Bisogna accogliere i giocatori nel nostro campionato e permettere loro di crescere. La Nazionale ha bisogno che i suoi atleti giochino all’estero”.

MAGARI RISPETTO A 15 ANNI FA QUESTO MECCANISMO È PIÙ DIFFICILE. A VOLTE C’È L’IMPRESSIONE CHE ALCUNI CLUB PREMANO PERCHÉ I GIOCATORI NON VADANO IN NAZIONALE. TOMMY ALLAN FAREBBE COMODO ALL’ITALIA, MA PREFERISCE STARE AGLI HARLEQUINS.

“Non conosco questa situazione, ma credo ci sia un problema con alcuni agenti che promettono questo genere di cose ai club quando fanno firmare i contratti dei loro giocatori. È necessario che gli atleti possano giocare con la loro Nazionale, altrimenti c’è qualcosa che non va”.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Rugby/6-nazioni/02-03-2022/rugby-berbizier-crowley-fa-giocare-azzurri-come-se-fossero-all-blacks-4301671760083.shtml

Vincenzo
Vincenzo Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Odontoiatra. Specialista ambulatoriale presso l’ASL Napoli 1 Centro. Coach professionista. Terapeuta EMDR.
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